Migranti, volontariato e integrazione a Prato L’esperienza della Pubblica Assistenza l’Avvenire. di Duccio Nincheri

In questa società contemporanea sempre più multietnica e colorata, ricca da un lato di solidarietà ed aiuto reciproco ma sempre più, dall’altro lato, foriera di discriminazione e di intolleranza, il volontariato è senz’altro una realtà che può giocare un ruolo primario ed importante nelle dinamiche di integrazione ed inclusione dei migranti che arrivano sul nostro territorio.

È sicuramente di esempio la Pubblica Assistenza l’Avvenire di Prato che nelle file dei suoi soci e volontari conta numerose persone provenienti da paesi esteri, sia comunitari che extracomunitari. Si tratta sia di immigrati arrivati a Prato per ragioni lavorative e come richiedenti asilo sia di studenti universitari frequentanti le università straniere presenti in città, che si iscrivono per brevi periodi al fine di fare una full-immersion nella società italiana.

Tra queste, tuttavia, le esperienze più importanti e durature sono quelle dei volontari stranieri che risiedono in città e si iscrivono frequentando l’Associazione in ogni suo servizio e iniziativa portando in Pubblica Assistenza un patrimonio di entusiasmo e solidarietà che si va a sommare a quello importantissimo e fondamentale dei volontari italiani.

Tra le tante vicende che in questi anni si sono intrecciate presso la Pubblica Assistenza, senza dar meno peso ai volontari provenienti dall’Est Europeo, dall’Asia o dal Sudamerica, persone che hanno portato e tutt’ora portano un contributo primario alle dinamiche dell’Associazione, si vuole qui focalizzare l’interesse su quattro storie di quattro volontari provenienti dall’Africa, continente oggi più che mai al centro dell’interesse mediatico a causa dei continui arrivi di migranti da esso provenienti, arrivi che suscitano reazioni di stampo contrapposto nell’opinione pubblica e nel mondo politico.

Con il metodo dell’intervista registrata su supporto audio digitale i volontari africani hanno raccontato la loro storia parlando del loro paese d’origine, del motivo per cui lo hanno lasciato, del loro viaggio e delle peripezie e traversie che lo hanno contraddistinto, del loro arrivo in Italia, delle loro aspettative e della loro esperienza presso la Pubblica Assistenza.

Si noteranno elementi sia diversi che comuni in queste quattro storie e si noterà come tutti e quattro i racconti vadano a confluire nell’esperienza di volontariato come dinamica di integrazione e di introduzione alla cittadinanza. E si potrà iniziare a riflettere sul ruolo che queste persone possono avere nella nostra società al di là di paure e pregiudizi.

Allasan

Il Gambia è un piccolo stato dell’Africa occidentale, alla foce del fiume omonimo, completamente circondato dal Senegal.  È da qui che è venuto Allasan Sanyang, che oggi ha 28 anni, nato nel 1992 proprio in Gambia. È Italia da quattro anni, partito quando ne aveva 22. Di etnia Mandinga, figlio unico, in Gambia viveva con sua madre e sua moglie nel villaggio di Kartong, nel sud del paese, sul mare, quasi al confine con il Senegal. Il padre è morto quando Allasan aveva 7 anni. Allasan dice che era un uomo molto religioso, che la comunità locale riconosceva quasi come un medico, benché non avesse mai studiato medicina. La madre è contadina e vivevano in una grande casa, abitazione in mattoni con il tetto di lastre di metallo, dove la madre vive tutt’ora mentre la moglie adesso è tornata in Senegal con i suoi genitori. Di religione musulmana, fino a 21 anni ha frequentato la scuola coranica, che ha iniziato a 5 anni per volere di suo padre. Mentre in famiglia, con la madre, parlava il mandinga, la lingua del suo popolo, a scuola ha imparato a parlare, leggere e scrivere in arabo. La scuola era in un villaggio un po’ lontano ed Allasan rimaneva a scuola anche a mangiare ed a dormire. Quando era a casa aiutava la mamma nella coltivazione del piccolo appezzamento di terreno della famiglia, sufficiente a sfamare solo loro stessi. Coltivavano prevalentemente ortaggi come carciofi, cipolle e zucchine e qualche albero da frutto. Raramente, infatti, c’era un po’ di abbondanza che permetteva di vendere un po’ di frutta e verdura agli altri abitanti del villaggio. A Kartong Allasan aveva molti amici, con i quali nel tempo libero amava giocare a calcio oppure pescare sul fiume Gambia gettando le reti tra le mangrovie e i coccodrilli. Poiché non tutti gli amici erano dello stesso gruppo etnico e non avevano la stessa lingua madre tra loro parlavano inglese, lingua che nessuno ha studiato a scuola ma che tutti hanno appreso per la strada, praticandola ogni giorno. Nel 2012, a 20 anni, si è sposato con Sana, una ragazza senegalese, proveniente da una famiglia con legami di parentela con quella di Allasan.  Allasan e Sana si sono sposati con il rito musulmano del dono delle Noci di Kola (Kru in lingua mandinga), che consiste nel dono da parte dello sposo di alcuni di questi frutti (tipici dell’Africa occidentale) alla sposa e alla sua famiglia e i due giovani sono andati a vivere nella grande casa della mamma di Allasan.

Sempre a 20 anni ha cominciato, nella sua città, a lavorare come muratore alla costruzione di un hotel e qui sono iniziati i suoi guai. Dopo alcuni mesi,  siamo nel 2013, alcuni dei compagni di lavoro di Allasan, la notte, tornavano al cantiere per rubare materiale e supporti in ferro per rivenderli. Lui se ne è accorto poiché una sera, dopo aver lavorato fino alle 4 del pomeriggio, era andato con gli amici a giocare a calcio come al solito. Al ritorno a casa, passando vicino al cantiere dell’hotel, ha sorpreso alcuni degli altri operai a caricare su un camion del materiale. Questi lo hanno minacciato dicendogli che se avesse parlato gliel’avrebbero fatta pagare, avrebbero detto che anche lui era uno di loro, coinvolto nel furto. Il giorno dopo al cantiere il capomastro, accortosi della mancanza del materiale, ha chiamato la polizia. I poliziotti hanno cominciato ad interrogare gli operai ma, naturalmente, tutti hanno negato di essere coinvolti. Allora hanno detto che se non fosse uscito il nome o i nomi dei ladri, tutti sarebbero andati in galera. Al secondo giro di interrogatori Allasan ha testimoniato ciò che aveva visto la sera precedente e ha fatto il nome dei colleghi autori del furto. I poliziotti hanno portato tutti presso i loro uffici e li hanno messi a confronto, Allasan ha confermato che le persone fermate erano i ladri ma gli altri, come promesso, hanno dichiarato che lui era uno di loro. Fortunatamente all’inizio i poliziotti hanno creduto ad Allasan, hanno trattenuto gli altri e lui lo hanno rilasciato. Ma la tranquillità è durata poco poiché uno degli arrestati faceva parte di una famiglia molto potente ed influente in Gambia e ha fatto di tutto per mantenere la sua promessa di vendetta contro Allasan.

Infatti pochi giorni dopo i poliziotti sono tornati a cercarlo per portare anche lui in prigione. A questo punto Allasan sapeva che non aveva che una possibilità: lasciare subito la sua casa, la sua famiglia e il suo paese. Kartong è una città di confine, raccolti in fretta pochi soldi, pochi vestiti e il cellulare, salutate la madre e la moglie, Allasan ha attraversato il confine è si recato in Senegal.

Partendo, Allasan aveva un progetto comunque in testa: recarsi in un posto dove era possibile lavorare per poter guadagnare del denaro da inviare a sua madre e sua moglie, aspettando la possibilità di tornare a casa. Con il cellulare si teneva sempre in contatto con la famiglia, sperando di avere notizie che le acque si fossero calmate per poter rientrare in Gambia ma la situazione era sempre la stessa e le due donne  continuavano a consigliargli di rimanere lontano. Allasan aveva degli amici in Libia, che lavoravano in una zona dove non c’era la guerra, e più volte gli avevano suggerito, in contatto via cellulare, di recarsi anche lui in quel paese poiché il guadagno era buono. Così decise di affrontare il viaggio, attraversare il deserto e recarsi in Libia.

Con i pochi soldi che aveva in tasca Allasan si è comprato il biglietto di un pullman e si è recato a Dakar, la capitale del Senegal. Fortunatamente la vicinanza della sua città natale al confine e l’esperienza della sua vita di strada gli avevano permesso di imparare anche un po’ di Wolof, la lingua del Senegal, e questo lo ha molto facilitato. A Dakar è rimasto un paio di mesi soggiornando alla stazione dei pullman e ha lavorato facendo il portantino,  consegnava materiali con un carrello, e ciò gli ha permesso di guadagnare qualche soldo.  Da Dakar ha preso di nuovo un pullman per recarsi verso est a Bamako, capitale del Mali. Al confine ha avuto dei problemi poiché i suoi documenti non erano sufficienti per oltrepassarlo e le guardie di dogana gli hanno chiesto del denaro per passare, nonostante il Gambia facesse parte del CEDEAO, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale. Ma Allasan non aveva la cifra che i doganieri gli chiedevano e se è riuscito ad entrare in Mali è stato solo grazie ad un funzionario comprensivo. Passata la frontiera è arrivato a Bamako, capitale del Mali. Da li ha proseguito per il Burkina Faso, attraversando tutto il paese verso est, fino ad entrare in Niger. Per pagarsi il viaggio aiutava gli autisti dei pullman a caricare e scaricare i bagagli delle decine di persone che ad ogni fermata salivano e scendevano.  Così ha guadagnato qualche soldo anche per pagare alle dogane quando i suoi documenti venivano ritenuti non validi. In questo modo è arrivato fino alla frontiera tra Burkina Faso e Niger. E a questo confine ha trovato lo stesso impedimento: i suoi documenti non erano validi e non poteva entrare, almeno non legalmente con l’autobus. Allora gli hanno segnalato dei motociclisti che facevano varcare il confine illegalmente, naturalmente dietro compenso. Così un motociclista lo ha portato ad est fino a Niamey, capitale del Niger e qui è rimasto tre mesi, lavorando come carpentiere metallico in un cantiere.

Dormiva, mangiava e si lavava nel parcheggio dei pullman, tenendosi sempre il telefono addosso e nascondendo il denaro in un barattolo di latte in polvere per evitare furti. Dopo aver lavorato e guadagnato un po’ di denaro decise di proseguire verso nord, verso l’Algeria e poi verso la Libia. Quindi da Niamey ha preso un pullman per Agadez, altra città del Niger, e poi un’altra corriera in direzione dell’Algeria. Intorno a lui la campagna cambiava rapidamente, la vegetazione piano piano andava diminuendo e si aprivano le grandi distese desertiche del Sahara.

Al confine tra Niger ed Algeria sempre lo stesso problema relativo ai documenti, ritenuti non sufficienti a passare. Ma Allasan non voleva dare tutto il denaro che aveva così ne ha offerto un po’ ai doganieri i quali, non ritenendo la somma sufficiente, gli hanno sequestrato il cellulare e la carta sim e con questo ogni possibilità di parlare con i suoi familiari poiché non si ricordava a memoria i loro numeri. In Algeria ha pagato il biglietto per arrivare alla prima città a nord dopo il confine, Tamanrasset, viaggiando non più in pullman ma con pick-up fuoristrada, tutti carichi di migranti, poiché le strade del deserto erano in pessime condizioni e non adatte agli autobus. A Tamanrasset si è fermato e ha ripreso a lavorare come carpentiere metallico in un cantiere.  Ha vissuto lì cinque mesi, alloggiando con altri migranti in un edificio abbandonato e lavorando per  guadagnare il denaro sufficiente a recarsi in Libia.

Trascorsi i cinque mesi, infatti, è ripartito in pullman verso la Libia, passando il confine al valico di Ghadames, a nord est di Tamanrasset. Il confine lo ha dovuto però passare a piedi, assieme ad un’altra ventina di persone, poiché non era permesso ai veicoli di sconfinare. Ma appena passato il confine i migranti sono stati fermati dai poliziotti libici di confine che li hanno sequestrati e rinchiusi in alcuni containers, utilizzati come prigione. All’interno di uno di questi containers Allasan si è però ferito, infilando una gamba in un foro nel pavimento, graffiandosi con il metallo rugginoso e procurandosi una brutta ferita.

Un amico lo ha aiutato a estrarre la gamba dal foro ed hanno chiamato i poliziotti. Fortunatamente questi hanno portato bende e disinfettante ed Allasan si è potuto pulire dal sangue e medicare. Per tre settimane sono rimasti nei containers, uscendo solo per andare in bagno, e la ferita di Allasan è peggiorata, sicuramente a causa di una sopravvenuta infezione.
Nessuno dei doganieri è più venuto a controllare lo stato di Allasan o a portare nuove garze ed altro disinfettante e la gamba ha iniziato a gonfiarsi. Così Allasan si è curato da solo utilizzando un metodo che gli aveva insegnato il padre: quando portavano il cibo metteva via il sale, lo scioglieva poi nell’acqua e puliva più volte al giorno la ferita con l’acqua salata riuscendo in questo modo ad arginare l’infezione.

Dopo alcuni giorni sono arrivate delle persone a chiedere quali lavori sapevano fare i migranti ed Allasan è andato a fare il carpentiere presso il cantiere di un  anziano berbero, Yussuf, che aveva la casa in costruzione. Quest’uomo ha anche medicato nella maniera giusta la ferita di Allasan che, dopo alcuni giorni, è guarita.

Yussuf si è accorto che Allasan era un bravo lavoratore e lo ha portato in casa sua e, dopo aver saputo che il giovane parlava un arabo corretto e che aveva studiato presso la Scuola Coranica, gli ha chiesto di insegnare il Corano al figlio. Allasan è rimasto tre mesi da Yussuf, che si era rivelato una brava persona e che pagava Allasan per il lavoro che svolgeva  ma la situazione era pericolosa in quanto la guerra civile era vicina.

Dalla casa di Yussuf si sentivano i colpi di arma da fuoco giorno e notte e Allasan non si sentiva al sicuro. Così appena ha potuto ha lasciato Ghadames in direzione nord, verso il mare, arrivando a Sabrata, sulla costa. In quella città per lavorare i migranti si mettevano seduti lungo la strada costiera e passavano dei caporali che chiedevano quali lavori sapessero fare e poi li portavano ai cantieri.

Così ha conosciuto dei cittadini egiziani che lavoravano in un cantiere ed è andato a lavorare con loro, vivendo nel cantiere stesso e guadagnando qualche soldo. Ma la situazione era anche lì difficile, tutti erano armati e gli scontri a fuoco si sentivano continuamente in lontananza. Alla fine del 2014 il clima è ulteriormente peggiorato, la guerra era arrivata a Sabrata, così Allasan e i compagni egiziani hanno deciso di fuggire.

Gli egiziani avevano intenzione di rientrare nel loro paese ed Allasan ha chiesto di andare con loro poiché ormai a Sabrata i combattimenti erano all’ordine del giorno.
Uno degli egiziani aveva una imbarcazione e il passaggio su questo mezzo è costato ad Allasan tutto il denaro che era riuscito a guadagnare lì a Sabrata.
Sono salpati di notte poiché di giorno i combattimenti erano più violenti, in tutto una trentina di persone su una piccola barca.

La destinazione del viaggio, per lo meno queste erano le intenzioni dichiarate ad Allasan, era l’Egitto, ma una volta in mare dopo poche ore il carburante dell’imbarcazione si è esaurito e Allasan con i suoi compagni egiziani sono rimasti in balia delle onde. Dopo un giorno un elicottero italiano li ha avvistati e dopo poco una nave militare è apparsa all’orizzonte e li ha portati a Lampedusa. Era da poco iniziato il 2015. Allasan era incredulo, lui, come molti altri, pensava di recarsi in Egitto e non riusciva a credere di essere in Europa, lontano da quella guerra che aveva visto così da vicino negli ultimi mesi.

A Lampedusa Allasan è rimasto un paio di settimane, prima di essere portato direttamente Prato. Per un colpo di fortuna nel centro di accoglienza ha trovato dei gambiani come lui e tra di essi un suo concittadino di Kartong che ancora aveva il telefono.

Ha chiesto a questo suo conoscente di telefonare alla propria famiglia a Kartong chiedendo che andassero a cercare sua madre e sua moglie. Così tramite un passaparola Allasan, dopo quasi due anni, ha potuto parlare di nuovo con la sua famiglia. Non è stato facile all’inizio parlare con la madre, che ormai lo credeva morto, ed ha dovuto chiamarla più volte prima che si decidesse a credergli. Ma la notizia che lo attendeva era che sua moglie Sana era tornata in Senegal da sua madre poiché era da poco più di un anno diventata madre anche lei di un bel bimbo, il figlio di Allasan, cui avevano messo il nome Omar, lo stesso del nonno paterno.

Con la nave e poi con il pullman Allasan è arrivato in Toscana, prima a Firenze poi a Prato.
A Prato è stato preso in carico dalla Cooperativa Pane e Rose che lo ha alloggiato in una casa insieme ad altri migranti e lo ha inserito in una classe della sua scuola di italiano per imparare la nostra lingua, mentre iniziavano le complicate procedure per ottenere il permesso di soggiorno.

Un giorno, mentre era all’ospedale per delle visite mediche, ha notato le persone in divisa colorata che accompagnavano gli anziani e i disabili non autosufficienti e ha chiesto chi fossero e cosa facessero queste persone. Così ha scoperto il volontariato ed ha chiesto di essere iscritto in una Associazione per essere d’aiuto e non rimanere tutto il giorno con le mani in mano. Così si è tesserato presso Pubblica Assistenza l’Avvenire di Prato ed ha iniziato il proprio servizio di volontariato come accompagnatore di anziani e disabili. All’inizio era un po’ in difficoltà per via della lingua e del nuovo ambiente ma a poco a poco è riuscito ad inserirsi e la nuova attività lo ha appassionato.

Grazie al suo carattere aperto e simpatico, alla sua capacità di stare nel gruppo, alla sua manualità ed alla sua forza fisica in poco tempo Allasan è riuscito a trovare il suo posto nel corpo dei volontari ed a farsi benvolere da tutti.
Il frequentare gli italiani gli ha permesso di perfezionarsi nella nostra lingua, di imparare le usanze e le buone maniere del nostro paese e di farsi un nutrito numero di amici. La sua passione per il calcio gli ha anche permesso di far parte di una piccola squadra di dilettanti che gioca in un torneo a livello cittadino.

Ma è il volontariato l’attività che più lo ha appassionato. Ha seguito i corsi di formazione come soccorritore volontario ed ha conseguito i brevetti di livello base, livello avanzato ed operatore BLSD. Ha anche superato le selezioni per il servizio civile nazionale ed adesso sta frequentando la Pubblica Assistenza come Operatore di Servizio Civile.

L’esperienza come soccorritore lo ha fatto diventare un volontario molto richiesto per la copertura dei turni. Le sue conoscenze linguistiche (rammentiamo che parla, oltre l’italiano, l’inglese, l’arabo, il wolof, il mandinga e un po’ di francese) lo hanno reso utile anche come mediatore culturale.

L’attività di volontariato è per Allasan un possibilità concreta per dimostrare alla società italiana gratitudine per l’ospitalità che sta ricevendo ed anche un modo per dimostrare a tutti che lui stesso è una brava persona, desiderosa di aiutare e di inserirsi.
Allasan afferma di essere sempre stato ben accolto in Pubblica Assistenza, di trovarsi molto bene e di essere grato all’Associazione per le possibilità di crescita che gli sta offrendo.

Il suo progetto è quello di poter trovare un lavoro assicurato e regolarmente retribuito al fine di poter, un giorno, ricongiungersi con la sua famiglia qui in Italia. Ma sempre con l’intenzione di continuare a prestare servizio in Pubblica Assistenza.

Mohamed

Mohamed Kaba, viene dalla Guinea, nato nel 1999 è arrivato in Italia nel 2017. Viene da Forécariah, una piccola città nel sud del paese ma è cresciuto a Conakry, la capitale dello stato. Di religione musulmana, è cresciuto con il padre e la nonna, la madre è morta dandolo alla luce. Dopo la morte della mamma il padre si è risposato ed ha avuto due figli dalla nuova moglie. Il padre faceva l’autista, trasportava  merci tra  Forécariah e  Conakry con un furgoncino.  Nella capitale Mohamed è andato a scuola per sei anni e poi nel 2012 è andato ad imparare il mestiere di meccanico.

A scuola Mohamed ha imparato il francese mentre in casa parlava la lingua del suo popolo, il Susu. Alla fine del 2014, a 15 anni, dopo aver perso anche il padre in seguito ad una epidemia di Ebola, Mohamed ha visto le autorità sigillare la sua casa per quarantena e lui è rimasto per la strada. La Polizia e la Croce Rossa, oltre a sigillare la casa, hanno bruciato tutti i vestiti, gli effetti personali e gli oggetti che vi erano contenuti, così Mohamed ha perduto anche pochi  ricordi di suo padre e sua madre.

La compagna di suo padre, dopo aver perso anche lei uno dei suoi due figli a causa dell’ebola, ha lasciato la città con il figlio superstite ma non ha portato con se Mohamed che è rimasto vicino alla casa paterna, ormai inaccessibile, vivendo nel garage dove il padre parcheggiava il suo furgoncino, a volte dormendo nel furgoncino stesso. Per vivere lavorava ancora come meccanico ma poi ha lasciato il lavoro poiché era rimasto solo e nessuno più si prendeva cura di lui.

La solitudine, le poche prospettive, la mancanza di protezione, la paura dell’ebola lo hanno spinto a decidere di lasciare la Guinea per cercare un posto dove poter avere un futuro migliore. Inizialmente la sua meta era l’Algeria, paese francofono dove Mohamed sapeva che si poteva lavorare e trovare anche una migliore sicurezza sociale rispetto alla Guinea. Così ha venduto il furgoncino di suo padre ed è partito. Era il la fine del 2015, Mohamed aveva 16 anni.

La vendita del furgoncino di suo padre gli aveva fruttato denaro sufficiente per comprare i biglietti degli autobus con i quali è riuscito a compiere il suo viaggio.
Dalla Guinea ad est è entrato in Mali, passando per la città di Bamako ed ha poi attraversato il Burkina Faso entrando in Niger .Qui si è fermato nelle città di Niamey ed Agadez e poi Arlit, verso nord est, verso l’Algeria.

Nonostante i paesi attraversati facessero parte del CEDEAO, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, il fatto che Mohamed fosse minorenne non gli consentiva di passare le dogane e quindi ha dovuto pagare ogni volta i funzionari per riuscire transitare da un paese all’altro.

In Niger, dopo Arlit, passato il confine algerino è arrivato nella città di Tamanrasset. A Tamanrasset, in Algeria, è stato fermato ed interrogato dai militari che gli hanno chiesto il motivo della sua venuta. Lui ha risposto che cercava un posto tranquillo dove lavorare e vivere in sicurezza ma loro gli hanno risposto che a Tamanrasset non c’era tanto lavoro e che avrebbe dovuto recarsi nel nord del paese.

Così è ripartito verso nord, passando per la città di Ghardaia, arrivando fino ad Algeri.
Lì ha trovato lavoro come muratore, lavorando in un cantiere gestito da un uomo di nazionalità turca che, saputo che Mohamed aveva competenze anche come meccanico, lo ha utilizzato anche come manutentore e riparatore. Vivevano e mangiavano nel cantiere e Mohamed si è trovato subito bene, la qualità della vita era migliore che in Guinea, c’era più sicurezza e protezione.

Per esempio chi si ammalava veniva portato in ospedale senza pagare niente, mentre in Guinea l’assistenza sanitaria era tutta a pagamento.

Però dopo sei mesi è iniziato da parte dell’Algeria un programma di rimpatrio degli stranieri e Mohamed, che a casa non voleva tornare, ha pagato per avere un passaggio verso la Libia, percorso che gli avevano indicato per arrivare in Europa. Con un autobus, insieme ad altri migranti, ha fatto il lungo viaggio verso sud-est, girando attorno alla Tunisia, andando verso il confine tra Algeria e Libia. Ha passato la frontiera alla città di Debdeb e, questa volta a bordo di pick-up, è arrivato dopo alcuni giorni a Tripoli.

In Libia ha cambiato spesso veicolo: ogni volta che entrava in una provincia diversa, lui con gli altri migranti, veniva preso in carico da persone diverse, sempre armate, ed ogni volta doveva pagare. Nella capitale libica ha trovato altre persone che volevano andare in Europa ed è rimasto lì tre mesi in attesa di trovare una possibilità di traversare il mare.

Era il 2017. Non ha trovato lavoro a Tripoli ed ha vissuto per la strada vivendo del denaro che aveva guadagnato in Algeria. A Tripoli ha trovato il caos e l’anarchia più totale. La città era preda di bande armate che, indisturbate e senza controllo, infierivano sui migranti in attesa di partire per l’Europa picchiandoli e derubandoli, talvolta portandoli in prigione.

Mohamed è sopravvissuto nascondendo il denaro nelle scarpe e godendo della generosità di alcuni cittadini Libici che, al contrario delle bande armate, aiutavano i migranti trovati per la strada portando loro da mangiare, spesso senza chiedere niente in cambio.

Dopo tre mesi ha conosciuto un arabo che sosteneva di avere la possibilità di portarlo fuori dalla Libia, verso l’Europa.

Così Mohamed lo ha seguito e l’arabo lo ha portato in una zona di Tripoli vicino al mare dove aveva una grande baracca. Mohamed è stato lì un mese con tante persone, in attesa di partire per l’Europa. Un giorno l’arabo è venuto con una barca, vi ha fatto salire tutte le persone che ci entravano, compreso Mohamed, e una notte a mezzanotte sono partiti.

Il viaggio è costato a Mohamed tutto il denaro che gli era rimasto. Hanno navigato tutta la notte e a mezzogiorno del giorno dopo sono arrivati vicino a una grande nave battente bandiera italiana. I migranti sono stati presi a bordo, hanno navigato due giorni e sono arrivati al porto di Trapani. Sono stati due giorni a Trapani e poi Mohamed è stato smistato a Prato.

Era da poco iniziato il 2017. Inizialmente a Prato è stato ospite della Croce Rossa e poi è stato preso in carico dalla Cooperativa Pane e Rose.
Presso la Croce Rossa ha avuto il primo contatto con il volontariato e successivamente Pane e Rose lo ha iscritto alla Pubblica Assistenza poiché Mohamed non voleva stare senza fare niente tutto il giorno ma voleva svolgere una attività per inserirsi e conoscere la realtà italiana.

La Cooperativa lo ha anche iscritto alla propria scuola per imparare la nostra lingua. Ma è l’attività di volontariato che più lo ha coinvolto, per conoscere meglio la nostra lingua, per conoscere le usanze e le buone maniere degli italiani, per fare amicizie e per apprendere quelle nozioni utili che tutti i volontari sanitari conoscono.

Mohamed ha iniziato come accompagnatore di anziani e disabili e, successivamente, ha fatto il corso come soccorritore livello base, conseguendo il relativo brevetto. Frequentando la Pubblica Assistenza si è fatto conoscere ed apprezzare per la sua disponibilità, il suo carattere tranquillo e socievole, la sua simpatia e la sua notevole forza fisica.

Attualmente svolge servizi di accompagnamento di persone diversamente abili in carrozzina e servizi in ambulanza come barelliere o soccorritore di livello base. Il suo progetto è quello di rimanere in Italia, trovare un lavoro regolarmente retribuito, diventare un bravo cittadino e continuare a fare servizio di volontariato per essere d’aiuto alla nazione che lo ha accolto.

Wadudu

Alhassan Sulley Wadudu, nato in Ghana, ha 24 anni. In Italia dal 2016. E’ nato a Walewale, nel nord del paese. La sua famiglia era molto numerosa, suo nonno era musulmano e aveva quattro mogli. Anche suo padre era musulmano ma non era un religioso praticante. Wadudu era figlio unico ma poi i suoi genitori si sono separati e suo padre si è risposato con un’altra donna e da questa ha avuto due figli.

Poi purtroppo il padre è venuto a mancare dopo una grave malattia. Wadudu viveva con la madre, che era di religione cristiana, e la nonna. Andava ad una scuola di ispirazione cattolica e nel tempo libero faceva il pastore per guadagnare qualche soldo ed aiutare la famiglia.

Ha fatto anche le scuole superiori studiando inglese, storia ed economia. Wadudu parla, oltre l’inglese, il twi e il ga-dangme due delle lingue nazionali ghanesi e il mampurli, la lingua del suo villaggio.

Nel 2013, quando Wadudu aveva 17 anni, dopo la morte di suo padre, si sono accesi forti contrasti tra la famiglia di religione cristiana di sua mamma e la famiglia musulmana di suo padre, contrasti riguardanti la gestione e l’educazione di Wadudu stesso. Le discussioni erano sempre più frequenti e la situazione era diventata insostenibile per Wadudu che per questo ha deciso di lasciare il suo villaggio e recarsi ad Accra, la capitale del Ghana.

Qui ha vissuto circa tre mesi facendo il guardiano davanti a dei negozi e a delle abitazioni, alloggiando e mangiando sui posti di lavoro. In questo modo ha guadagnato un po’ di denaro per poter attraversare il deserto e recarsi in Nordafrica dove sperava poter trovare un lavoro e un guadagno migliore.

Infatti delle persone che aveva incontrato ad Accra gli avevano prospettato ottime possibilità di impiego in Libia, tacendo del fatto che lì c’era una completa anarchia e una violenta guerra in corso, conflitto del quale Wadudu era del tutto all’oscuro. Così, convinto in buona fede da queste persone, ha comprato un biglietto di autobus per recarsi a nord, attraverso il Burkina Faso, per il Niger e le città di Niamey e Agadez.

Pagando ad ogni frontiera, da Agadez è entrato nel deserto ed è andato direttamente in Libia, verso la città di Sebha. Ad Agadez ha dovuto pagare di nuovo e gli è stato sottratto il telefono. Il viaggio tra Agadez e Sebha è durato due settimane; insieme ad altri migranti ha viaggiato un po’ a piedi e un po’ in Pick-up.

Entrato nel deserto ha trovato anche i cadaveri di altri migranti che non ce l’avevano fatta e che erano stati anche depredati di acqua e zaini da qualcuno.

Arrivati a Sebha, in Libia, i conducenti dei pick-up, partiti dal Niger carichi di persone, sono entrati in contatto con uomini armati libici che li attendevano ed a questi hanno lasciato i migranti. Tra i conducenti dei pick-up nigerini e i soldati libici c’è stato uno scambio di denaro, gli uomini del Niger hanno effettivamente venduto i migranti ai libici.

Questi ultimi hanno poi portato tutti i migranti in una prigione locale barattando la loro libertà con il poco denaro che gli era rimasto. Chi poteva pagare veniva rilasciato subito, gli altri potevano farsi mandare del denaro dai familiari nel paese d’origine oppure lavorare per pagarsi la libertà. Così Wadudu ha toccato con mano la dura realtà della Libia, assai diversa dal paese tranquillo dove poter lavorare che gli avevano prospettato.

Wadudu non aveva denaro ed ha dovuto lavorare. E’ rimasto a Sebha più di due anni, dal 2014 al 2015, lavorando come muratore. Dormiva in prigione, la mattina uomini armati venivano a prendere lui ed altri migranti per portarli a lavorare e la sera li riportavano in detenzione. Per cibo essenzialmente solo pane ed acqua.

I giovani venivano portati a lavorare ma i vecchi che non avevano denaro e che non avevano nessuno che glielo poteva inviare venivano percossi e talvolta uccisi. In città tutti erano armati, non solo le guardie e i soldati ma anche i cittadini comuni portavano armi da fuoco addosso o in macchina. Si passava da settimane di calma a battaglie improvvise e furiose senza, però, che per Wadudu e per gli altri migranti suoi compagni di sventura fosse chiaro quali fossero le parti opposte che si combattevano. Sembrava loro quasi che tutti fossero contro tutti e che bastasse la minima scintilla per far partire un conflitto armato.

Rimanendo sempre dentro alla prigione e dentro al cantiere, circondato da guardie armate che, se da una parte lo tenevano prigioniero, dall’altra lo proteggevano dagli scontri a fuoco, Wadudu è riuscito a sopravvivere e dopo due anni di duro lavoro ha potuto riscattarsi ed è tornato libero.

Ha conosciuto un togolese che, sempre a Sebha, lavorava in dei cantieri costruendo pilastri ed è andato a lavorare con lui per riuscire finalmente a guadagnare qualche soldo e non essere più in una condizione di effettiva schiavitù. Ha lavorato per circa tre mesi per il togolese e ha guadagnato denaro per andare a Tripoli con l’idea di venire in Europa.

Pagando, con i pick-up è andato a Tripoli e poi a Sabrata, sul mare. A Sabrata ha trovato un grande campo di persone pronte a venire in Europa. E’ stato tre giorni a Sabrata e poi, dopo aver di nuovo pagato, una notte è stato imbarcato su un vecchio gommone con altri migranti. Hanno navigato per 6-7 ore finché una nave italiana li ha avvistati e portati a Lampedusa.

Wadudu è rimasto qualche giorno a Lampedusa e poi dall’isola è stato portato in Sicilia e da lì in autobus a Prato. A Prato è stato affidato all’Istituto Santa Rita che lo ha fatto lavorare fin da subito con i disabili. In particolare ha partecipato a un progetto di danza con le persone con difficoltà motoria. Ha cominciato così a frequentare gli italiani e a familiarizzare con la nostra lingua. E’ andato anche a scuola di italiano ma è il servizio di volontariato che più lo ha interessato ed allora l’operatore che lo seguiva lo ha iscritto alla Pubblica Assistenza l’Avvenire di Prato.

Prima andava una volta la settimana ma poi si è appassionato ed ha cominciato a frequentare più spesso. Dopo alcuni mesi di servizio si è ben introdotto nell’ambiente della Pubblica Assistenza ed ha familiarizzato sempre di più con il servizio facendosi molti amici. Superando piano piano le difficoltà linguistiche, grazie alla frequentazione dei volontari italiani, ha fatto il corso di livello base ed ha conseguito il diploma di soccorritore. Ha poi fatto le selezioni per il Servizio Civile ed è stato dichiarato idoneo. Durante il Servizio Civile ha fatto i corsi di livello avanzato e BLSD superando gli esami e conseguendo i brevetti.

Wadudu sostiene di aver trovato in Pubblica Assistenza una seconda famiglia, un gruppo di amici su cui far affidamento e a cui vuole molto bene. Adesso è un volontario molto attivo e presente per la copertura dei turni. E’ ben noto per la sua efficienza come soccorritore e per la sua risata contagiosa. Lo si vede arrivare in sede sempre trafelato con la sua bicicletta, a volte anche a tarda notte.

Su internet ha visto un’offerta di lavoro ed adesso lavora in un magazzino di un’azienda della grande distribuzione. I suoi amici della Pubblica Assistenza lo hanno aiutato a compilare il modulo on-line ed ha potuto accedere ai colloqui di selezione.
Adesso che lavora, talvolta, dopo aver staccato dal suo impiego dopo mezzanotte, arriva in turno in Pubblica Assistenza nonostante l’ora tarda e con sulle spalle una giornata di lavoro ma comunque entusiasta della sua attività e desideroso di darsi da fare e di stare con i suoi amici.

Il volontariato non è per lui solo una passione ma anche modo per sentirsi attivo, un cittadino desideroso di essere parte integrante ed utile alla società che lo ha accolto.
Wadudu ha ancora contatti con la famiglia a casa, grazie ad internet parla con sua mamma e la informa della sua salute e della sua situazione ma, nonostante i legami ancora forti col paese natio, sostiene che la sua vita è iniziata con l’arrivo a Prato, con il lavoro e con la frequentazione della Pubblica Assistenza e dei suoi amici volontari.

Adama

Adama Ndoye, nato nel 1975 in Senegal, arrivato in Italia nel 2011. È nato e vissuto a Gorom, un sobborgo di Dakar, la capitale del suo paese. La sua famiglia era numerosa, aveva 9 tra fratelli e sorelle. Suo padre, di religione musulmana, aveva anche un’altra moglie da cui aveva avuto altri figli. Vivevano tutti insieme in una grande casa e Adama racconta della sua famiglia come un ambiente di grande armonia e serenità, nonostante fossero in tanti. Suo padre faceva l’idraulico e, nonostante avesse molti figli, è riuscito a mandarli tutti a scuola. A scuola Adama parlava francese mentre in casa parlava il Wolof, la lingua del suo popolo. Oltre al francese Adama a scuola ha studiato inglese ed arabo.

Durante il periodo della scuola ha frequentato una Associazione di giovani che si occupava di pulire le strade, piantare gli alberi, rendere più bello il loro villaggio, esiste tutt’ora e si chiama Association Des Jeunes Unis Pour Le Développement De Gorom – Ajudgg. A 15 anni, dopo la scuola, ha fatto un corso di formazione per meccanico di auto ed è andato a fare uno stage in una grande officina di riparazione di vetture. Successivamente è andato a lavorare per qualche anno in una grande azienda agro-alimentare dove si occupava della manutenzione del parco mezzi, vetture e trattori. Scaduto il contratto ha fatto un corso di marketing e vendita porta a porta e ha svolto anche questa attività per qualche anno.

Contemporaneamente si è anche occupato di sensibilizzazione presso le scuole sulle le malattie sessualmente trasmissibili,facendo un corso sull’aids e su come prevenirlo. Nel 2004 è venuta a mancare sua mamma e nel 2006 si è sposato con Apsa ed hanno avuto due figlie vivendo ancora in casa con suo padre e continuando a fare il meccanico. Purtroppo, però, nonostante il suo impegno, la sua formazione e le sue competenze non riusciva a trovare un’occupazione stabile che potesse garantirgli un reddito certo e costante e questo gli creava un grande disagio. Non riusciva a guadagnare a sufficienza per poter mantenere la moglie e le figlie cui voleva garantire un’istruzione adeguata così ha preso la difficile decisione di lasciare il suo paese.

L’azienda per la quale lavorava nel 2011 aveva dei contatti in Belgio poiché doveva comprare dei gruppi elettrogeni in quel paese europeo. Saputo che Adama aveva intenzione di recarsi in Europa per cercare miglior fortuna, l’azienda ha mandato proprio lui in Belgio per contrattare l’acquisto dei macchinari già con il preventivo accordo che egli non sarebbe rientrato ma sarebbe poi rimasto nel nostro continente per cercare un impiego meglio remunerato.

Così, salutate moglie e figlie, che fortunatamente vivevano assieme ai nonni nella casa di famiglia, Adama è partito in volo per il Belgio. Lì ha trattato per l’azienda senegalese l’acquisto dei gruppi elettrogeni e poi è rimasto in Belgio senza rientrare in Senegal. Dal Belgio è venuto in Italia, poiché aveva un amico a Prato, e così è arrivato nella nostra città.
A Prato, ospite dei suoi amici senegalesi, non è stato facile trovare subito lavoro così si è messo a vendere merci al mercato. Poi è stato preso in carico dalla Cooperativa Pane e Rose presso la quale ha potuto iniziare a fare dei corsi: italiano, hccp e meccanica di precisione. Non è riuscito subito a trovare lavoro così per guadagnare qualcosa continuava a vendere merci al mercato, poi un suo amico senegalese ha lasciato il lavoro poiché tornava in Senegal ed ha chiamato Adama affinché andasse in prova al suo posto.

Adama è piaciuto all’azienda ed è rimasto lì a lavorare. Si tratta di un’azienda di tessuti di Prato ed ora Adama svolge la mansione di addetto al taglio. La sua retribuzione è buona e ciò gli permette di mandare alla famiglia il denaro che serve per mantenere la moglie ed per l’educazione delle figlie.
Ricordandosi dell’impegno sociale che aveva in Senegal quando era ragazzo, a Prato, mentre frequentava la Cooperativa Pane e Rose, ha chiesto di poter svolgere attività di volontariato anche e così si è avvicinato alla Pubblica Assistenza l’Avvenire di Prato. Si è iscritto ed ha fatto il corso livello base ed ha iniziato a prestare servizio. Poi ha fatto il corso di livello avanzato e blsd. Anche per Adama la Pubblica Assistenza è una seconda famiglia. Qui è migliorato nella padronanza della nostra lingua, si è fatto molti amici ed ha fatto molti passi avanti nel suo cammino di integrazione e cittadinanza.

Presta servizio quasi sempre di notte o nel fine settimana, poiché di giorno lavora sempre, e per i servizi resi gli è stata anche assegnata una medaglia di bronzo.
Ma Adama non si è dimenticato del suo paese di origine, il Senegal. Oltre a mandare un sostegno economico alla famiglia si è adoperato, tramite l’Associazione Senegalesi di Prato e con la collaborazione della Pubblica Assistenza, per inviare a Gorom, il suo villaggio, una vecchia ambulanza non più in uso ma ancora efficiente. Questo mezzo di soccorso è stato inviato in Senegal ed adesso è gestito dalla municipalità locale nel Poste de Santé de Gorom e viene utilizzato per prestare soccorso a chi ne ha bisogno in quella parte della periferia di Dakar. Nel 2018 il sindaco di Gorom è venuto in Italia ed è passato da Prato per ringraziare i connazionali presenti in città, il Comune di Prato e la Pubblica Assistenza l’Avvenire per l’iniziativa del dono dell’ambulanza.


Leggendo le quattro storie qui raccontate si possono notare molti elementi comuni: la zona di provenienza dei quattro migranti, il motivo del distacco dal paese natio, il percorso effettuato per arrivare in nordafrica, l’esperienza di semi schiavitù in Libia (questi ultimi due elementi differenti solo per Adama), l’arrivo in Italia e il volontariato come dinamica attiva di integrazione e introduzione alla cittadinanza.

Tutti e quattro i migranti vengono dall’Africa occidentale, una zona non di guerra ma di forte disagio economico e sociale. Il fatto di non provenire da zone di guerra ha causato e sta causando a tutti delle difficoltà per avere lo status di rifugiati in quanto vengono categorizzati come migranti economici e non bellici.
Per tutti e quattro la motivazione della partenza è stata data da un forte sofferenza legata alla società in cui stavano vivendo. Carenza di tutela giudiziaria per Allasan, abbandono e mancanza di cura per Mohamed, contrasti di tipo religioso per Wadudu, una scarsissima qualità della vita per Adama.

Tutti e quattro avevano desiderio di una vita operosa ma tranquilla e serena, senza tralasciare di prendersi cura della famiglia di origine come nel caso di Allasan ed Adama che avevano il progetto di lavorare per inviare denaro alle famiglie nel paese natio. E dei quattro solo Adama aveva intenzione di venire in Europa, nessuno degli altri tre aveva come proposito di partenza il recarsi nel nostro continente ma solo fermarsi in nordafrica, Algeria o Libia. E qui sorge un ulteriore problematica poiché l’Algeria ma soprattutto la Libia, a causa di una scarsa informazione e a causa di una rete di persone che diffondevano notizie false, si sono rivelate tutt’altro che una meta accogliente ed appetibile.

Anzi, i tre migranti che lì si sono recati si sono ritrovati coinvolti in una rete di tratta di esseri umani, una vera e propria organizzazione che specula sul desiderio di riscatto delle persone che lasciano il proprio paese. Infatti i migranti vengono fatti prima pagare per qualsiasi cosa debbano fare, dal passare una frontiera a prendere un autobus, poi vengono rinchiusi per mesi come schiavi nei cantieri soprattutto libici. Libia, nazione che viene descritta sì come un paese in piena anarchia e guerriglia quotidiana ma anche come una nazione ancora dinamica con i suoi numerosi cantieri edili aperti. E, dopo i mesi di schiavitù in Libia, viene loro prospettata l’unica via d’uscita: traversare il mare verso l’Europa. Dopo, naturalmente, essere stati derubati degli ultimi denari per pagare la traversata.

In Europa, in Italia, però, c’è per tutti la possibilità di una vita diversa, lontano dai pericoli e dai forti disagi del paese natio. I quattro ragazzi di cui abbiamo qui parlato, tuttavia, hanno scelto di vivere la loro esperienza nel nostro paese in maniera tutt’altro che passiva, anzi, di cercare di inserirsi attivamente nella nostra società non solo lavorando ma anche rendendosi utili agli altri attraverso il volontariato. E la Pubblica Assistenza l’Avvenire di Prato ha fornito a tutti e quattro la struttura dove poter portare avanti questa loro esperienza. Qui sono stati accolti, sono stati formati e hanno avuto la possibilità di inserirsi a pieno titolo nel corpo dei volontari. Presso la Pubblica Assistenza, frequentando i volontari italiani, hanno appreso bene la nostra lingua, le nostre usanze, hanno fatto importanti amicizie.

Qui, con la volontà di restituire qualcosa alla nazione che li sta ospitando, stanno portato avanti il loro percorso verso il diritto ad essere cittadini a pieno titolo. E il volontariato, ancora una volta, dimostra il suo ruolo insostituibile nella nostra società, non solo come veicolo di solidarietà e partecipazione ma anche come modalità di integrazione e inserimento di soggetti esterni nel nostro tessuto sociale.

Ancora di più si potrebbe fare. Allasan, Mohamed, Wadudu ed Adama si sono avvicinati alla Pubblica Assistenza di loro iniziativa ma si potrebbe procedere sensibilizzando tutti i migranti arrivati sul nostro territorio a svolgere questo tipo di attività, utile per loro e per la comunità che li accoglie. Non solo gli uomini, poi, ma anche le donne. E sarebbe giusto, nella valutazione delle richieste di accoglienza sul nostro territorio, che le commissioni esaminatrici tenessero conto della volontà dei migranti di volersi integrare e rendersi utili attraverso attività come il volontariato, visto che molti altri, invece, una volta arrivati in Italia, se ne stanno passivi ad aspettare che qualcuno faccia qualcosa per loro

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L’esperienza di Adama, poi, che si è fatto promotore dell’invio di una vecchia ambulanza in Africa, è anche segno che si possono tenere stretti contatti con i paesi di origine affinché i migranti possano collaborare nel migliorare il tenore e la qualità della vita dei loro compatrioti affinché un giorno non ci sia più necessità che i padri lascino le mogli e i figli per cercare una vita migliore a migliaia di chilometri di distanza.
Ben vengano, quindi, persone come i quattro ragazzi di cui abbiamo qui narrato le storie. Persone che si sono integrate e che partecipano all’indispensabile attività svolta dai volontari italiani e dai volontari che provengono anche da altre nazioni.

Duccio Nincheri.

 

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